L’uso del rame va ridotto! Sebbene ad oggi la sua completa sostituzione sia inattuabile

É stato pubblicato, sul notiziario dell’Accademia dei Georgofili, il documento “Considerazioni sull’uso del rame in agricoltura”, con cui gli esperti sintetizzano la loro posizione sull’argomento. Il testo tratta aspetti sensibili, quale quello della viticoltura biologica e del relativo impiego dei prodotti rameici. In estrema sintesi, il documento realizzato giunge alla conclusione che oggi il rame resta una molecola fondamentale nella viticoltura biologica, sebbene la presenza di tale elemento nel terreno sia in contrasto con i principi ecologici alla base di questo tipo di agricoltura.

Come migliorare l’uso del Cu

Il bilancio di massa dei trattamenti rameici nel vigneto è decisamente critico. Molto più della metà del prodotto distribuito finisce di norma direttamente fuori bersaglio, per fenomeni di deriva. Azioni di miglioramento riguardano: (a) approcci di “viticoltura di precisione”, con applicazioni tecnologiche capaci di concentrare sul bersaglio la distribuzione degli agrofarmaci (“spot spraying”; “selective targeting”); (b) impiego di “pannelli recuperatori” per ridurre la dispersione ambientale; (c) miglioramento delle prestazioni delle formulazioni, con il ricorso alle nanotecnologie (da verificare però la loro compatibilità con i disciplinari biologici – v. art. 7.c del Regolamento (UE) 848/2018). Altro parametro per il quale si intravedono margini di miglioramento è quello relativo al timing degli interventi. Sistemi di supporto alle decisioni, basati su protocolli di scouting (monitoraggio).

Alternative al Cu

Altri agrofarmaci ad azione antiperonosporica E’ semplice elencare i requisiti richiesti a un antiperonosporico utilizzabile nel biologico: (a) natura chimica non artificiale; (b) efficacia, prolungata nel tempo, possibilmente in grado di esplicare azione anche contro altri patogeni, presenti o di temuta introduzione; (c) sostenibilità ambientale; (d) profilo tossicologico adeguato; (e) destino ambientale favorevole; (f) assoluta indifferenza nei confronti delle proprietà qualitative dell’uva e del vino da essa prodotto; (g) tollerabilità da parte della vite e assenza di rischi di fitotossicità. Ovviamente non può essere ignorato l’aspetto economico. Al momento risultano registrati (e pertanto utilizzabili) soltanto preparati a base di olio essenziale di arancio dolce. In Toscana soltanto una minima frazione delle aziende biologiche fa ricorso a questo formulato, per lo più in associazione/alternanza ai rameici. La comunità scientifica è attiva da tempo alla ricerca di nuove molecole, attingendo a composti naturali (es. laminarina, chitosano, argille) elicitori di reazioni fisiologiche interessanti; essi non sono al momento registrati come agrofarmaci antiperonosporici, con l’eccezione di cerevisane, induttore di resistenza composto da estratto inerte ottenuto dalle pareti cellulari di Saccharomyces cerevisiae. Inutile ricordare che tali nuovi prodotti dovrebbero essere innanzitutto approvati per l’agricoltura generale, e poi inclusi tra quelli consentiti in biologico

Meritevole di attenzione è il ruolo dei fosfonati (di sodio o potassio), registrati come fertilizzanti fogliari, ma con effetti che in alcuni casi permettono di essere utilizzati in vigneto anche da soli, o quantomeno ridurre l’utilizzo del rame, essendo capaci di azione tossica diretta nei confronti del patogeno coniugata all’attivazione della resistenza della pianta; trattandosi di prodotti di sintesi non sono comunque utilizzabili in agricoltura biologica.

Materiale vegetale resistente alla peronospora Nessun dubbio che l’allevamento di materiale resistente ai patogeni riduca i costi di produzione e quelli ambientali. Mentre tutti i vitigni di Vitis vinifera (con una unica eccezione) sono altamente suscettibili alla peronospora, importanti fonti di resistenza sono facilmente reperibili in numerose specie americane (e in una asiatica) del genere Vitis. Incroci interspecifici sono stati realizzati da tempo, ma i vini prodotti dagli ibridi che ne derivano di norma sono ben lungi dal soddisfare i requisiti di ordine qualitativo tipici della vinifera in purezza e legittimamente attesi dai consumatori.

Siccome la vite, soprattutto se coltivata con metodo biologico, risulta la specie maggiormente trattata con rame, abbiamo deciso di riportare le seguenti considerazioni: Conseguenze dell’abbandono del rame nel vigneto a coltivazione biologica Il destino ambientale a lungo termine del rame nel terreno è effettivamente incompatibile con i principi dell’agricoltura biologica in termini di sostenibilità. Difficile, al momento, però immaginare la difesa antiperonosporica nel vigneto biologico senza la disponibilità dei prodotti che hanno come principio attivo lo ione cuprico (Cu2+): solfato nella formulazione commerciale della poltiglia bordolese, solfato tribasico, idrossido, ossido, ossicloruri (essi presentano leggere differenze in termini di persistenza e prontezza d’azione). Ciò alla luce dell’importanza delle infezioni di peronospora (Plasmopara viticola) su tutti i vitigni di Vitis vinifera, in relazione anche ai modelli che lasciano intravedere come i cambiamenti climatici favoriranno ancor più le infezioni di questo patogeno. Uno dei fattori chiave che hanno determinato il successo del rame è la pressoché totale impossibilità da parte dei patogeni di sviluppare popolazioni resistenti, stante la complessità del meccanismo di azione multisito.

Conclusioni

Nonostante l’impressionante mole di progetti che nel recente passato sono stati attivati sul tema delle alternative al rame, questo metallo rappresenta tuttora per la viticoltura biologica un’arma indispensabile per la difesa dalla peronospora e le attuali conoscenze scientifiche non offrono alternative valide ed affidabili. Le altre molecole oggi disponibili necessitano ancora di approfondite sperimentazioni. Si sottolinea la necessità di un data base completo circa l’uso del rame in agricoltura, che sia punto di riferimento per ricercatori e agricoltori e che metta al centro l’ottenimento di piante resistenti alle malattie principali. Se vogliamo continuare a fare l’esempio della vite dobbiamo sottolineare che il patrimonio viticolo nazionale è un bene unico, assolutamente da proteggere; per raggiungere questo obiettivo lo strumento genetico appare fondamentale. Appare di primario interesse anche il recupero del rame utilizzato, finito "fuori bersaglio"; con una agricoltura di precisione o modalità studiate ad hoc, si può tendere ad un riuso del rame in modo economico e circolare. Per migliorare l’impiego del Cu, ma soprattutto per mettere a punto metodi alternativi al rame stesso, serve molta ricerca, possibilmente condivisa dalle aziende agricole, quelle stesse aziende alle quali va riconosciuto che nel corso degli ultimi 20 anni hanno ridotto l’uso del rame fino all’ 80%.

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