Il Gruppo di docenti per la Libertà della Scienza risponde alle critiche all’agricoltura biologica

Il Gruppo di docenti per la Libertà della Scienza formato da: Gaio Cesare Pacini, Paolo Barberi, Stefano Bocchi, Manuela Giovannetti, Andrea Squartini e Claudia Sorlini ha discusso le critiche espresse in diverse occasioni dai detrattori dell’agricoltura biologica (sen. Cattaneo in testa) e ripreso ed affrontato alcuni temi controversi per un approfondimento scientifico. Così facendo, intendono ribadire la validità dell’agricoltura biologica, senza togliere nulla agli altri modelli di agricoltura e alla legittimità della loro esistenza, riconoscendo gli sforzi di tutte le agricolture nella ricerca di sistemi di gestione e pratiche più sostenibili.

Differenze di produttività tra agricoltura convenzionale e agricoltura biologica

Dati che provengono dagli ultimi studi di modellistica a livello planetario pubblicati nel Dicembre 2017 su Nature dicono che i valori di diminuzione delle produttività ad ettaro in seguito all’adozione dell’agricoltura biologica sono stimabili in una misura compresa tra l’8 e il 25% (Muller et al., 2017).

L’ultima meta-analisi basata su dati storici di comparazione tra agricoltura biologica e agricoltura convenzionale, pubblicata nel 2014 sulla rivistaProceedings of the Royal Society B: Biological Sciencesci dice che la diminuzione media di produttività ammonta al 20% (Ponisio et al., 2014). Ovviamente esisteranno anche casi in cui la diminuzione si avvicina al 50%, ma, avendo effettivamente studiato le evidenze scientifiche, si può affermare senza tema di smentita che questi casi sono ampiamente fuori dalla media.

Se spostiamo l’obiettivo dai paesi più industrializzati a quelli più poveri, nei quali l’obiettivo

dell’incremento della produzione è più importante, è bene ricordare che con i 286 progetti di agroecologia (un paradigma emergente per la sostenibilità dei sistemi agro-alimentari che include anche il modello dell’agricoltura biologica) realizzati in 57 paesi dell’Africa e del Sud Est Asiatico, per un totale di 37 milioni di ettari si sono ottenuti risultati che non possono essere ignorati: raddoppio delle produzioni, riduzione degli impatti ambientali, incremento dell’occupazione e miglioramento del qualità della vita (de Schutter, 2010).

Sulle alternative al biologico

Parlando di alternative possibili al biologico, i detrattori sostengono che “l’alternativa c’è edè già in campo: è l’agricoltura integrata. E’ interessante vedere come nella sezione delle linee guida di tale tipo di agricoltura, dedicata alla difesa fitosanitaria e al controllo delle infestanti, a più riprese viene indicato che “Quando sono possibili tecniche o strategie diverse occorre privilegiare quelle agronomiche e/o biologiche in grado di garantire il minor impatto ambientale, nel quadro di una agricoltura sostenibile. Il ricorso a prodotti chimici di sintesi andrà limitato ai casi dove non sia disponibile un’efficace alternativa biologica o agronomica”. In quest’ottica, almeno per quanto riguarda i regolamentieuropei e il nostro Ministero, la contrapposizione tra l’agricoltura integrata e l’agricoltura biologica non esiste.

Sui prodotti a base di rame e sui prodotti chimici di sintesi

Il rame è un metallo pesante, peraltro utilizzato anche in agricoltura integrata, che ha caratteristiche di persistenza nel suolo per tempi indefiniti. I detrattori del biologico si mostrano certi che, avendo il metodo di produzione integrata più alternative alla lotta di funghi e batteri sotto forma di principi attivi chimici di sintesi, fa un uso del rame minore. In linea teorica questo è possibile ma ci si dimentica di considerare aspetti pratici come il fatto che il rame viene molto spesso accoppiato a principi attivi chimici di sintesi per coadiuvarli nella lotta alle avversità, ad esempio a fine 2018 erano 743 i prodotti fitosanitari registrati contro la peronospora su uva da vino e solo 239 tra loro sono ammessi in agricoltura biologica; di questi 743 prodotti, ben 343 (46%) prevedono il rame, da solo o in associazione ad altre sostanze attive (mancozeb, cimoxanil…). I sali di rame, quindi, sono molto usati anche nella produzione convenzionale e integrata, da soli (cui far seguire trattamenti con altre sostanze non ammesse in agricoltura biologica) o già premiscelati ad altre sostanze dai produttori di prodotti fitosanitari.

Per quanto riguarda l’impatto sulla salute dell’uomo, invece, la comparazione tra il rischio per la salute dell’utilizzo di prodotti a base di rame o di prodotti chimici di sintesi vede sicuramente i prodotti rameici come di gran lunga meno pericolosi per la salute umana.

Assoluta attenzione viene da più parti dedicata al caso del glifosato è da ricondurre alla sua probabile cancerogenicità e al fatto che è l’erbicida più prodotto al mondo e almeno fino al 2015, il più utilizzato in Italia. E’ da rimarcare il fatto che il glifosato, per anni ritenuto un erbicida a bassissimo impatto ambientale, da quando (1996) sono state rilasciate le varietà OGM (principalmente di soia, mais, cotone e colza) con geni di resistenza a questo erbicida, ha causato l’insorgenza di 303 casi di piante infestanti (55% negli USA) divenute resistenti, obbligando gli agricoltori a ritornare all’uso di erbicidi più tossici e in dosi maggiori (http://www.weedscience.org/Summary/MOA.aspx?MOAID=12).

Sulla fertilità dei suoli e le emissioni di anidride carbonica

Per migliorare le condizioni di fertilità dei suoli, eccessivamente sfruttati, erosi e in via di desertificazione, fenomeno preoccupante anche in Italia (si stima che più del 20% del territorio nazionale e del 40% al Sud sia a rischio desertificazione: www.climatechangepost.com/italy/desertification) è indispensabile attuare una serie di buone pratiche che includono: (a) la non-lavorazione e la minima lavorazione; (b) il mantenimento del terreno inerbito per più tempo possibile nel corso dell’anno mediante cover crops e intercalari, che garantiscano un ininterrotto flusso di carbonio organico al sottosuolo sotto forma di essudati radicali; (c) rotazioni più lunghe, ovvero che introducano più colture prima di ripetere la stessa; (d) maggior diversità contemporanea nel sistema colturale con la presenza, insieme alla coltura da reddito, di miscugli di specie come colture di copertura; (e) ove possibile, la pratica di un pascolamento animale controllato anche all’interno delle colture di pieno campo. Tutti e cinque i punti hanno come conseguenza un aumento della biodiversità microbica del suolo e il progressivo consolidamento della sua struttura, aumentandone la capacità di infiltrazione e ritenzione di acqua e la stabilità della sostanza organica oltre ai molteplici ecoservizi simbiotici alle piante.

E’ peraltro necessario ricordare che, dove l’attuazione delle buone pratiche sopra elencate nei punti a-e ha portato in 18 anni all’aumento della sostanza organica dall’1.7 al 6.1% fino alla profondità di 35 cm, il risultato è stato ottenuto partendo da suoli prima gestiti in maniera convenzionale. In altre parole, se gli stessi termini di agricoltura conservativa, agricoltura biologica ecc. hanno il proprio significato, è perché rappresentano un itinerario di tipo rigenerativo che porta alla correzione di una situazione di partenza che, per definizione, è identificata come compromessa.

Questi sono solo alcuni dei punti trattati nel documento, se sei interessato a continuare la lettura vai alla loro fonte, clicca sul seguente link >>https://www.researchgate.net/publication/330729186_Contributi_di_approfondimento_scientifico_sull’agricoltura_biologica_da_parte_del_Gruppo_di_docenti_per_la_Liberta_della_Scienza_CON_ELENCO_DEI_351_SOTTOSCRITTORI_al_922019_-_NB_alcuni_sottoscrittori_

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