Come l’agricoltura convenzionale inquina il Pianeta

La “rivoluzione verde” da un lato ha aumentato la disponibilità teorica di cibo pro capite del 40%, dall’altro non ha risolto il problema della fame a livello globale, ha creato nuovi rischi per la salute e l’ambiente, ha fatto crescere l’uso di fertilizzanti, pesticidi e combustibili fossili, tanto che, attualmente, l’energia impiegata in agricoltura è molto maggiore di quella che si ricava dai raccolti. La FAO, nell’incontro internazionale sull’agroecologia dell’aprile 2018, ha dichiarato che il modello della rivoluzione verde può considerarsi esaurito a causa dell’enorme impatto ambientale prodotto dall’uso massiccio di fertilizzanti chimici e pesticidi che ha contribuito al deterioramento della terra, alla contaminazione dell’acqua e alla perdita di biodiversità senza neanche riuscire a garantire un reddito adeguato agli agricoltori.

In 10 anni – dal 2006 al 2016 – la spesa per i pesticidi attualizzata ai prezzi correnti è aumentata del 50%; quella per i concimi del 35%. In pratica ogni agricoltore che coltiva secondo metodi convenzionali spende oggi circa 143 euro all’anno per ettaro per i prodotti fertilizzanti e 86 per i pesticidi. Sono ormai migliaia gli studi e le ricerche scientifiche che evidenziano in modo incontrovertibile come l’esposizione cronica ai pesticidi (ovvero quella che si verifica per dosi piccole e ripetute nel tempo) determini un incremento statisticamente significativo del rischio di sviluppare patologie cronico-degenerative. Parliamo di cancro, diabete, patologie respiratorie, malattie neurodegenerative, malattie cardiovascolari. Ma anche di disturbi della sfera riproduttiva, infertilità maschile, disfunzioni metaboliche e ormonali (specie alla tiroide), patologie autoimmuni, disfunzioni renali. Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità complessivamente nel mondo si registrano oltre 26 milioni di casi di avvelenamento da pesticidi all’anno e 258.000 decessi. In pratica 71.232 persone ogni giorno più o meno gli stessi abitanti di una città come Pavia – restano intossicate in maniera acuta dai pesticidi e 706 persone muoiono.

Il degrado del suolo causato dalle attività umane costa complessivamente più del 10% del Prodotto lordo globale annuo e determina impatti negativi sul benessere di 3,2 miliardi di persone (IPBES, 2018).

Un recente studio ha valutato il solo costo della perdita di produttività agricola dovuta all’erosione del suolo, arrivando a stimare per l’Europa un valore complessivo pari a 1,25 miliardi di euro. È proprio l’Italia a pagare il prezzo più alto: l’erosione interessa un terzo della superficie agricola del Paese e genera una perdita annuale di produttività pari a 619 milioni di euro. L’intensificazione delle produzioni, con l’utilizzo elevato di prodotti chimici di sintesi, sia come fitofarmaci che fertilizzanti, l’eliminazione degli habitat naturali e di elementi di diversificazione del paesaggio, unitamente all’abbandono delle pratiche agricole tradizionali nelle aree rurali marginali sono i principali fattori che mettono l’agricoltura sul banco degli imputati per la perdita di habitat e specie selvatiche. I pesticidi sono uno dei principali fattori che influiscono sulla diversità biologica, insieme alla perdita di habitat e ai cambiamenti climatici. Il danno per le api deriva non solo dal trattamento delle colture, ma anche dalla contaminazione delle piante selvatiche che non sono state direttamente trattate con neonicotinoidi. Gli habitat acquatici risultano particolarmente minacciati a causa della diffusa presenza di pesticidi per effetto del dilavamento dei terreni dove si effettuano trattamenti. Per quanto riguarda gli uccelli, al massiccio e diffuso impiego di insetticidi e diserbanti è riconosciuto un ruolo decisivo nella contrazione numerica delle popolazioni nel corso degli ultimi decenni.

Studi recenti della FAO hanno stimato che quasi il 40% delle terre coltivate intensivamente andranno perse entro il 2050. Le superfici coltivate con il metodo biologico, al contrario, tendono a mantenere le proprietà fisiche, chimiche e biologiche nel lungo periodo, mantenendo al contempo livelli stabili di produttività.

Oggi l’innovazione di cui abbiamo bisogno è costituita da un insieme di tecniche agricole fondate sulla conoscenza delle dinamiche naturali, dei servizi ecosistemici, delle specificità territoriali e basate su principi ecologici. La vera innovazione è adottare l’approccio agroecologico, di cui l’agricoltura biologica è oggi l’applicazione concreta e più diffusa a livello globale, che magari produce qualcosa meno per unità di superficie per la singola coltura ma assai di più in termini di tutela dei “beni comuni”: fertilità dei suoli, contrasto al cambiamento climatico per la capacità di sequestro di carbonio, tutela della biodiversità e della qualità delle acque, miglioramento della qualità nutrizionale degli alimenti.

Fonte : Rapporto Cambia la Terra

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