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NOTIZIARI AIAB VENETO
._.PARLIAMO DI SICUREZZA ALIMENTARE E AGRICOLTURA
PREMESSA
Su un’unica cosa siamo tutti d’accordo: il tema della sicurezza alimentare è entrato nell’agenda delle politiche regionali, nazionali e comunitarie, purtroppo quando…. i “buoi sono già scappati”. Come sovente accade quando si deve decidere su argomenti che hanno enorme rilevanza economica e, quindi, in gioco ci sono grandi interessi di parte, le politiche arrivano quando alcuni errori (o orrori) si sono già compiuti.
Così è stato anche per la sicurezza alimentare.
Dopo il vino al metanolo, ove il danno non era stato sufficiente (per alcuni) a prendere provvedimenti urgenti e complessivi sulla materia, si è dovuto assistere ai successivi casi di “pollo alla diossina” (ricordate il mangime “trattato” con olio industriale di risulta?), di morbo della cd. “mucca pazza”, di estrogeni utilizzati in quantità industriale negli allevamenti zootecnici, prima che le Autorità corressero ai ripari. Non possiamo nemmeno dire che tutti, in quegli anni, hanno taciuto. Mi guardo bene dal citare le forze politiche che, anche vent’anni fa, ponevano l’argomento della sicurezza alimentare all’attenzione dei cittadini e dei media. Ricordo solo, giusto per l’appartenenza che mi lega da molti anni al movimento biologico della mia regione, che prima come Coordinamento Veneto poi come AIAB-AVeProBi, i gruppi dirigenti di queste associazioni hanno denunciato le pericolose derive del nostro sistema agroalimentare; chi allora si occupava di nuovi stili di vita, di agricoltura biologica, di tutela delle risorse ambientali, di nutrizione, poneva al centro dell’attenzione il tema della tutela della salute in relazione all’alimentazione. Con il tempo, per difenderci dagli ecofurbi e dagli opportunisti, siamo addirittura arrivati a coniare il termine di alimentazione "biomeditterranea", per cercare di distinguere un modello di alimentazione basato:
- sull’uso di alimenti biologici;
- sul rispetto della stagionalità delle produzioni;
- sulla riscoperta di prodotti che erano (e purtroppo sono rimasti anche ai nostri giorni) al margine delle nostre tavole.
LEGISLAZIONE E SICUREZZA ALIMENTARE
Ritorniamo sull’argomento iniziale, il rapporto alimentazione-salute.
L’Unione Europea ha, in questi anni, prodotto molti documenti e alcuni Regolamenti. Ad una lettura attenta portano ad una vera "rivoluzione" sull’argomento. Vediamo in seguito alcuni passaggi che riguardano direttamente il settore agricolo. Concentriamoci ora sulla legislazione di base, ossia valida per tutti i settori.
Del 2000 è il Libro bianco sulla Sicurezza alimentare [COM (1999) 719 def. del 12/01/2000]. Hanno fatto capolino, in seguito, il Reg. CE n. 178 del 28 gennaio 2002 e i successivi regolamenti CE nn. 852-853-854 e 882 tutti del 2004. Il "regolamento-quadro" sulla sicurezza alimentare -n. 178/2002- è già entrato in vigore (1° gennaio 2005)- mentre il restante "pacchetto" di provvedimenti vi entrerà il 1° gennaio 2006. Mancano solo alcuni mesi all’appuntamento.
SICUREZZA ALIMENTARE IN AGRICOLTURA
A partire dal Libro bianco sulla Sicurezza Alimentare, gli aspetti legislativi approvati dalla Commissione e dal Parlamento Europeo che riguardano più direttamente le attività economiche e i consumatori sono essenzialmente tre: - una nuova e più efficace legislazione sulla SICUREZZA IGIENICO-SANITARIA degli alimenti;Scusate se sono costretto a qualche citazione ma prego il lettore di seguirmi con fiducia e pazienza e alla fine, spero, sarà premiato nella maggior comprensione della materia, che è oggettivamente ostica.
Recita il Reg. CE 178/2002, all’art. 2:
- "alimento" è sostanza o prodotto trasformato, parzialmente trasformato o non trasformato destinato ad essere ingerito ...;
- per "produzione primaria" s’intende tutte le fasi della produzione, dell’allevamento o della coltivazione dei prodotti primari ...;
Se non bastasse, il Reg. Ce 852/2004, all’art. 1, afferma che i “prodotti primari” sono i prodotti della terra, dell'allevamento, della caccia e della pesca.
Sappiamo ora che oggetto della legislazione citata ci sono TUTTI i prodotti AGRICOLI, dal momento che uno decide di coltivarli o di allevarli.
Ora cosa dicono questi regolamenti su questi prodotti?
Fatta eccezione per quelli destinati all’autoconsumo, le produzioni agro-alimentari, anche "primarie", devono sottostare ai requisiti previsti da:
Reg. CE n. 852/04
articolo 4, comma 3
"Gli operatori del settore alimentare se necessario adottano le seguenti misure igieniche specifiche:articolo 5, comma 1
"Gli operatori del settore alimentare predispongono, attuano e mantengono una o più procedure permanenti, basate sui principi del sistema HACCP".articolo 5, comma 2
“I principi del sistema HACCP di cui al paragrafo 1 sono i seguenti:articolo 5, comma 4
"Gli operatori del settore alimentare:
a) dimostrano all'autorità competente che essi rispettano il paragrafo 1, secondo le modalità richieste dall'autorità competente, tenendo conto del tipo e della dimensione dell'impresa alimentare;
b) garantiscono che tutti i documenti in cui sono descritte le procedure elaborate a norma del presente articolo siano costantemente aggiornati;
c) conservano ogni altro documento e registrazione per un periodo adeguato".
Da questa sintesi dell’articolato del regolamento n. 852/2004, si può solo intuire la dimensione del tornado che si sta abbattendo sulle attività economiche dei produttori e allevatori europei. Si salvano, in parte , gli operatri agricoli che si limitano a raccogliere il prodotto della terra o dell’allevamento e a cederlo a terzi per la trasformazione, il condizionamento e la preparazione. Chi, invece, vuole accorciare la filiera (e sono i più) e dare del valore aggiunto al proprio lavoro dovrà (fatte salve deroghe che, al momento, non si vedono all’orizzonte) sottoporsi alle citate prassi che noi chiamiamo, per semplicità di comprensione, delle "Buone Pratiche di Sicurezza Alimentare".
Dopo una prima lettura dei documenti e della bibliografia, ormai ampia sull’argomento (segnalo, a chi ha interesse ad approfondire l’argomento, il sito Web della Regione Emilia Romagna), si comincia a coltivare un sospetto. Più si approfondisce la materia e più si chiedono spiegazioni a esperti, medici, nutrizionisti e tecnologi alimentari (che pessimo nome per chi come noi coltiva il sogno che il cibo è tutto fuorché un prodotto tecnologico...) il sospetto diventa realtà: gli agricoltori (siano essi coltivatori di fondi o allevatori, trasformatori e/o preparatori di "sostanza atta ad essere ingerita") e i preparatori di mangimi -in quanto prima o poi arrivano anch’essi sulle nostre tavole- sono equiparati, soprattutto quando trasformano i prodotti della terra e dell’allevamento, a qualsiasi altra attività secondaria che trasforma e prepara alimenti: dal piccolo bar alla grande multinazionale. Una piccola azienda orticola di 10.000 mq che prepara la verdura da vendere settimanalmente presso il proprio spaccio aziendale deve dotarsi di un’organizzazione (manuali autocontrollo igienico-sanitario, responsabilità, personale specializzato) e di strutture tecnologiche (laboratori di prima lavorazione dedicati, acqua corrente, ecc) previsti dagli allegati I e II al Reg. CE 852/2004.
Tutto ciò ha un senso?
È plausibile che le aziende agricole riescano ad adempiere a queste norme cogenti imposte dalla legislazione comunitaria?
E anche se fosse possibile, tali adempimenti rispondono a ciò che i consumatori chiedono per garantire la propria salute?
E ancora.
Che ripercussioni potrà avere la normativa europea (automaticamente estesa sul territorio nazionale dei 25 Stati membri dell’UE) sulle produzioni artigianali, tradizionali e di nicchia, sulle produzioni di qualità e biologiche della nostra agricoltura?
Che fine faranno i produttori e allevatori che “manipolano” il prodotto direttamente in azienda?
E gli agriturismi che somministrano pasti e magari vendono le loro belle confezioni di miele, passata di pomodoro, sott’olii, tutti fatti rigorosamente in casa, che fine faranno?
Per chi ama la montagna e le sue tradizioni, le produzioni delle nostre malghe e o agriturismi (quali carne, burro, formaggio, ricotta) dovranno essere azzerate e al loro posto sostituite nel piatto da una qualsiasi cotoletta surgelata o da un Leerdammer olandese? Nel bicchiere dovremmo rassegnarci a trovare del vino (per i più viziosi) liofilizzato e zuccherato prodotto in Finlandia o del latte confezionato in scatole di cartone provenienti dalla Romania (perchè lì, state sicuri, costerà meno produrlo e trasportarlo sino 1700 m slm piuttosto che andarlo a prendere nella sala di mungitura annessa alla malga/agriturismo nella quale stiamo mangiando) ?
E, infine, il colmo dei colmi, non potremmo più farci servire dell’acqua del torrente presa a monte perchè questa è stata “trattata” (ossia prelevata e messa in una caraffa dall’oste) e preferire la confezione in bottiglia di plastica proveniente da fonti d’acqua miracolistiche (per chi ha problemi di ritenzione, calcoli al fegato, così ci segnalano i nostri testimonials televisivi) prelevata in pianura o magari da una catena montuosa dal nome impossibile posta dall’altra parte del Globo?
No, tutto ciò non ha un senso.
COSA SUCCEDE QUI DA NOI
La Regione del Veneto da tempo lavora sulla sicurezza alimentare, soprattutto per garantire una buona preparazione del personale sanitario impiegato presso i Servizi Igiene degli Alimenti e della Nutrizione (SIAN). Sin dal primo Piano Triennale sulla Sicurezza Alimentare (2002-2004), la Regione del Veneto si è distinta per l’impegno a rendere concreti gli indirizzi dell’U.E., anche sul fronte dell’informazione al consumatore. Ora siamo già alle seconda programmazione (Piano 2005-2007) e quindi l’azione delle autorità regionali procede secondo programma. Maggiori dettagli sul sito regionale www.regione.veneto.it.
Il settore agricolo è coinvolto nel processo di adeguamento strutturale che la normativa europea sulla sicurezza alimentare imporrà alle attività economiche a partire dal 1° gennaio 2006?
O per lo meno, ha posto attenzione al fatto che tale materia in agricoltura deve essere affrontata da un gruppo di lavoro multidisciplinare?
È stato fatto presente che quanto di buono per l’agricoltura è stato raggiunto con il D. Lgs 228/01 potrebbe essere messo in discussione dal Reg. CE 178/2002 e seguenti?
Un tale impatto della normativa sulla sicurezza alimentare potrà ripercuotersi sul paesaggio e sulle tipicità e tradizioni locali?
Fatto salvo qualche approfondimento nel campo della tracciabilità e rintracciabilità per gli allevamenti zootecnici (e qui sempre “grazie” alle emergenze contingenti, morbo della “mucca pazza” docet), gli altri comparti agricoli sapranno rispondere positivamente alle nuove disposizioni comunitarie?
La sicurezza alimentare passa solo ed esclusivamente dal rispetto degli obblighi previsti dal Reg. CE 178/02 e successivi richiami (Regg. CE nn. 852-853-854-882 del 2004) o c’è dell’atro da aggiungere?
I pericoli per la salute umana sono quelli derivanti dalla produzione delle ricotte di malga ovvero dalle confezioni di sugo per pasta prodotte dall’azienda agrituristica biologica, oppure gli scandali alimentari sono nati altrove?
Il vino al metanolo, il pollo alla diossina, il morbo della "mucca pazza", l’influenza aviaria, la peste suina, il "morbo della lingua blu" sono emergenze alimentari nate dai prodotti e/o processi di eccellenza (BIOLOGICO, prodotti tradizionali) oppure da un trattamento tecnologico, spinto dall’avidità di accumulo della ricchezza, del prodotto agricolo considerato alla stregua di un filone di acciaio per la produzione industriale di un macchinario?
Mi scusi il lettore per le molte domande, alcune provocatoriamente retoriche, che non vogliono essere però un tentativo di sottrarre il settore primario alle "Buone Pratiche sulla Sicurezza Alimentare". Anche l’agricoltura deve contribuire a garantire, al pari degli altri settori, un livello di sicurezza per la salute dei consumatori attraverso i suoi beni.
È necessario, però, far presente che la sicurezza alimentare passa attraverso, e direi soprattutto, ad un ripensamento dei processi di trasformazione cui sono sottoposti i prodotti "primari" e alle logiche di mercato applicate alla derrata alimentare.
Bisogna, infine, chiedersi cosa significa l’adozione, tout court, della legislazione comunitaria sulla sicurezza alimentare in piccole realtà produttive presenti nel settore primario, magari marginali dal punto di vista economico, ma assai rilevanti sotto altri aspetti. Chi conosce un minimo l’agricoltura veneta si renderà conto che un’applicazione delle normative sulla sicurezza alimentare così come le leggiamo dai regolamenti comunitari potrebbe significare la scomparsa di un tessuto economico-sociale vitale e interessante anche per altri settori economici (si pensi solo al turismo) o magari per l’ambiente e il paesaggio.
Per queste "piccole" attività agricole è necessario prevedere delle norme facilmente applicabili – e non onerose - ai piccoli laboratori di trasformazione o alla piccole rivendite di derrate alimentari.
E questa volontà deve scaturire anche dalla realtà dei fatti: che i pericoli per la salute del consumatore sinora sono originati da chi manipola industrialmente la derrata alimentare. Un esempio su tutti: "mucca pazza" si è abbattuta, innanzitutto, sugli allevamenti industriali ove cioè il ricorso alla mangimistica specializzata (e di provenienza industriale anch’essa!) è stato massiccio e incontrollato, anche talvolta con la complicità degli agricoltori.
Gli agricoltori devono essere consapevoli che ogni qualvolta forzano i cicli produttivi, senza fare il conto con gli equilibri naturali e le leggi della biologia, rischiano di minare la propria salute e quella dei loro clienti-consumatori.
Massimiliano Rossi